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Dialetto anconitano

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, poeticamente assurta a simbolo del carattere anconitano
La poesia è riportata anche nel sito dell'enciclopedia Treccani , alla voce "Scorza" e nel riquadro delle citazioni.Nel sito è possibile anche ascoltare la poesia in un file audio
Il dialetto anconitano (ancunetà) , è un idioma parlato nella città di Ancona, e ha la particolarità di essere un idioma comunale, poiché la sua variante più pura è parlata esclusivamente entro i confini della città e - in tempi recenti - nei territori comunali limitrofi; per questo motivo alcuni studiosi preferiscono parlare di vernacolo.

Origine

il dialetto anconitano fa parte della zona 1-a (marchigiano centrale, anconitano)
Secondo la tradizione il vernacolo anconitano sarebbe nato nel Rione Porto, in una piccola piazza ora non più esistente detta la Chioga, nella quale si erano fuse tre parlate: quella locale dei purtulòti (portolotti), lavoratori portuali, quella dei marinai levantini (provenienti dall'Oriente) stabilitisi in città e quella dei Buranèli, ovvero le famiglie originarie di Burano e della laguna veneta, trasferitesi ad Ancona in cerca di fortuna e dedite alla pesca e alla navigazione come attività e sussistenzaArmando Angelucci, sulle riviste L'onda - L'eco dei bagnanti e Flik & Flok; Palermo Giangiacomi Il vernacolo anconitano 1932; Saturno Schiavoni, nella rivista Riguleto; Mario Panzini nel Dizionario del vernacolo anconitano, Controvento editore 2008, vol. I, alla voce "La Chioga" Nadia Falaschini, Sante Graciotti, Sergio Sconocchia, Homo Adriaticus: identità culturale e autocoscienza attraverso i secoli : atti del convegno internazionale di studio, Diabasis, 1998 (pagina 77)Marcello Mastrosanti ne Il 1500 ad Ancona (2011) rileva come i notai anconetani spesso lascino il latino per il volgare, mutuando alcuni termini veneti o nord adriatici, quali ad esempio piron (forchetta), carega (sedia), caligher (calzolaio), toso (ragazzo), bacolo (scarafaggio), ecc.. In particolare il professor Giovanni Crocioni ebbe modo di sottolineare quanto riferitogli dal poeta vernacolare Duilio Scandali, ossia che nel porto, almeno fino all'inizio del '900, varie famiglie parlassero ancora il buranese, un dialetto semi-veneto.
Nel corso del tempo ha assunto sempre maggiori peculiarità, continuando ad assorbire e rielaborare influssi dovuti agli scambi del porto, determinando così la penetrazione di vocaboli di origine greca, ma anche spagnola e francese. Si può inoltre notare che molte parole anconetane in senso stretto non appartengono al repertorio etrusco-gallico né osco-sannitico, ma sono calchi di modelli medioevali, quando Ancona poteva permettersi anche l'autonomia linguistica. Si è così sviluppata una quasi totale estraneità di Ancona di fronte ai mutamenti linguistici, come fosse un'"isola" nel "continente" marchigiano nonché centro-italico: tuttavia molte parole sono ormai scomparse per lo scarso utilizzo e per l'allontanamento dalla fonte originaria.
In aggiunta a ciò, Scandali e Crocioni ebbero modo di riscontrare anche la presenza, fino a quell'epoca, di un vero e proprio gergo giudaico-anconetano, quasi inintelligibile e poco documentato, e che risultava essere formato da radici ebraiche congiunte a desinenze dialettali A titolo esemplificativo, le seguenti espressioni sono tratte dalla poesia La vechia abreva (la vecchia ebrea) di Duilio Scandali:
Altri esempi di termini giudeo-anconitani tratti dal Dizionario del Vernacolo Anconitano di Mario Panzini:
ganàv' / ganavéss': ladro / ladra
mugnàr': parlare a vanvera
presènt: tradizionale scambio festivo di dolciumi
rugnàr: mugugnare
sciatìn: stanco
Inoltre diverse espressioni anconitane derivano da o hanno legami con la cultura e il linguaggio della comunità ebraica; si segnala (in quanto utilizzata anche al giorno d'oggi)
fa sciabà (fare bisboccia), derivato da shabbat.
Ancora, è da segnalare che nel Quartiere degli "Archi" (
Rió de j'Archi), relativamente vicino al porto, si registrò un massiccio afflusso di pescatori-armatori originari di Porto Civitanova (Civitanova Marche), i quali emigrarono a più riprese ad Ancona a partire dalla seconda metà degli anni Venti del XX secolo: infatti il porto del capoluogo marchigiano, date le maggiori dimensioni rispetto agli altri scali marittimi della regione, si rivelò di vitale importanza per il loro lavoro sulle barche a vela di quell'epoca. Più precisamente, la struttura del Porto Peschereccio del "Mandracchio" - nome che in tutte le città di mare contraddistingue l'area adibita al ricovero delle barche - venne costruita al Molo Sud partire dal 1920, e ciò comportò dunque lo spostamento definitivo ad Ancona di un buon numero di pescatori e delle loro imbarcazioni a vela, provenienti soprattutto da Porto Civitanova e, per una parte meno consistente, anche da Porto Recanati; bisogna comunque ricordare che essi frequentavano già da vari anni il Porto di Ancona specie durante la stagione invernale, in quanto riparato e protetto nei casi di improvvise burrasche. Nel corso degli anni costoro aggiunsero, all'attività più propriamente ittica, quelle consuete dello scalo dorico, ossia scambi mercantili e produzione cantieristica: le loro barche trovarono perciò sistemazione al "Mandracchio", mentre le famiglie, che successivamente li raggiunsero, andarono ad abitare appunto agli Archi. Ciò ha fatto sì che fino a non molti anni fa alcuni tra i più anziani residenti in quel quartiere parlassero ancora il dialetto civitanovese, appartenente alla famiglia dialettale maceratese-fermana-camerte (marchigiano centro-meridionale), sia pure inframmezzandolo con vocaboli tipicamente dorici, mutuati per via dei numerosi contatti (lavorativi e non) con gli indigeni. In sostanza, pur non avendo il civitanovese influenzato linguisticamente l'anconitano, ebbe modo di crearsi una sorta di piccola "città dentro la città", proprio per via del forte attaccamento che costoro mantennero nei confronti non solo del dialetto natio ma anche dei costumi e delle usanze marinare e culinarie civitanovesi. I loro attuali discendenti hanno invece abbandonato definitivamente la parlata paterna e sono pertanto del tutto anconetanizzati.

Caratteristiche, classificazione e studi in merito

L'anconetano viene quasi unanimemente considerato l'idioma più settentrionale del gruppo umbro-laziale-marchigiano (secondo la linea Roma-Perugia-Ancona), poiché a nord-ovest, già a Montemarciano (distante solo 20 km) gli influssi del gallo-italico predominano su quelli centrali, e gli elementi gallo-italici si ritrovano nelle frazioni della campagna anconetana ed in comuni limitrofi, quali Camerano.Sanzio Balducci I Dialetti (in La Provincia di Ancona - storia di un territorio, Laterza Roma Bari , 1987 ISBN 88-420-2987-4Carla Marchetti, in
Guida di Ancona, pag. 108 Il Lavoro editoriale 1991 ISBN 88-7663-136-4. Ad ovest, poi, già da Jesi (30 km) i dialetti sono più tipicamente centrali, mentre a sud già l'osimano (20 km) e le parlate limitrofe assumono alcune componenti maceratesi-picene, le quali costituiscono retaggio dei secoli di amministrazione maceratese su Osimo, Loreto e Castelfidardo.
Il dialetto di Ancona, specie nel passato, poteva essere considerato un vernacolo, vista la limitata zona di suo utilizzo: infatti la parlata anconetana "pura" era circoscritta praticamente alla sola città e solo negli ultimi decenni si è estesa anche alle contigue Falconara, Sirolo, Numana, un tempo centri linguisticamente gallo-italici e ora completamente anconetanizzati. Un'anconetanizzazione parziale la si può riscontrare anche nei vernacoli dei centri rurali immediatamente limitrofi, come Agugliano, Polverigi e Offagna, ove si risente dell'osimano, nonché Camerata Picena, in cui si mescola con lo jesino, mentre vi sono diversità un po' più accentuate a Chiaravalle e Monte San Vito. C'è anche da dire che a ben vedere al giorno d'oggi gli influssi dell'anconetano hanno modo di manifestarsi in aree assai più estese, specie lungo la costa (in direzione nord e sud) e nella valle del fiume Esino: accade cioè che gli abitanti di centri quali Senigallia, Jesi, Osimo, Porto Recanati e perfino Civitanova Marche, tanto per citare solo i più importanti, assumano sempre più spesso - a causa dei numerosi contatti col capoluogo (lavorativi e non) - la tendenza ad
anconetanizzare, cioè ad utilizzare accento e vocaboli tipici della parlata dorica, considerata una varietà dialettale di maggior prestigio. Negli ultimi anni, anche Marina di Montemarciano e Montemarciano, hanno assunto la parlata anconitana. Ciò non è tuttavia sufficiente per poter definire Ancona la "capitale linguistica" delle Marche; anche perché l'influenza dell'anconitano sulle parlate dei centri del circondario si manifesta attraverso l'adozione di tratti ed espressioni spesso abbondantemente italianizzati e quindi privi delle caratteristiche più schiette dell'originario idioma del capoluogo.
Nel vernacolo anconitano convivono elementi dei due macro-gruppi italiani: infatti malgrado la già citata appartenenza al gruppo dialettale umbro-laziale-marchigiano, non è difficile accorgersi, accanto agli elementi mediani, anche di elementi gallo-italici, nonché di alcuni fenomeni linguistici tipici anche dei dialetti veneti, il che porta un cospicuo numero di studiosi a considerare l'anconitano come parlata di "transizione" con i dialetti gallo-italici. Addirittura, secondo il già citato Giovanni Crocioni, il dialetto anconetano è da considerare come il più meridionale dei dialetti gallo-italici, che da Fano verso sud perdono progressivamente le loro caratteristiche gallo-italiche per esaurirsi solo dopo Camerano ed Osimo, divenendo poi parlate picene.IL DIALETTO DI ARCEVIA (Ancona) – Giovanni Crocioni - ROMA - ERMANNO LOESCHER & C.° - (BRETSCHNEIDER E REQENBERO) - 1906 – introduzione pagg. VI-VII
L'estendersi del dialetto gallo-piceno fin sotto Ancona non deve riuscire inaspettato del tutto ai dialettologi ( 5 ) ai quali la pretesa toscanità dell'anconitano ha dato sempre qualche sgomento.
Chi si occupò in passato dei dialetti marchigiani ( ! ), con sollecita disinvoltura si affrettò a distribuirli per province, col vieto criterio geografico; e le scritture dialettali, che avrebbero potuto e dovuto chiarire ciò che non chiarivano gli studiosi, erano toscanizzate e ripulite a tal segno, da perpetuare indefinitamente quello sgomento e quell'equivoco.
Onde nessuno sospettò, neppure alla lontana, che laggiù, oltre l'Esino, confine imaginario fra due opposte correnti dialettali, si protendesse un filone, che a Pesaro e Urbino è ancora gallo-italico, e per Fano, Senigallia e Montemarciano, per Falconara ed Ancona, spogliandosi via via di alcuni caratteri del suo gruppo, andasse a smorire fra i parlari della Marca meridionale,Il dialetto di Arcevia (Ancona) – Giovanni Crocioni – Roma – ERMANNO LOESCHER & C.- 1906
Nella prefazione alla 1ª edizione del volume
La bichieròla di Duilio Scandali, del 1906, Crocioni osserva: “Chi nel passato ha rivolto alla lesta uno sguardo al dialetto di Ancona, badando a qualche saggiuolo infedele, sparso qua e là nelle stampe, se n'è ritratto come sgomentito, per quell'accento spiccato di schietta italianità, che lo fa parere un vernacolo propagginatosi da quelli toscani. Eppure l'anconitano, chi bene lo indaghi, mostra cospicui caratteri, sconosciuti ai toscani, che lo accomunano a ben altra famiglia... Esso vanta un vocabolario dovizioso e un frasario multiforme, un po' cosmopolita, flessibile, pronto all'esigenze di un'arte che lo chiami a cimenti difficili.” Il Crocioni prosegue evidenziando come ad Ancona si verifica la confluenza, insieme al galloitalico, anche dei dialetti della -u finale, che attraversano l'Italia dal Tirreno all'Adriatico, e "che più di una loro proprietà immettono nell'anconetano, nel quale si vengono pertanto ad incontrare, come i raggi nell'asse di una ruota, i prolungamenti dei dialetti gallici, di quelli dalla -u finale, e dei toscani, che irraggiano su tutti i dialetti dell'Italia centrale un filo della loro luce."
Nella raccolta ottocentesca de "
I parlari italiani in Certaldo", il professor Cesare Rosa, che raccolse la versione in anconetano della novella di Boccaccio "La dama di Guascogna e il re di Cipro", non manifestò particolare considerazione in ordine all'esistenza ad Ancona di un vero e proprio "dialetto" inteso nel senso letterale del termine: egli ebbe infatti modo di osservare che "un dialetto anconetano non esiste; il linguaggio che qui si presenta, non è che una corruzione dell'italiano quale in Ancona si suol fare dal popolo minuto soltanto". Contrapposto a quello del professor Rosa è il parere di autori e studiosi vernacolari quali Duilio Scandali , Palermo Giangiacomi e Mario Panzini , che evidenziano l'inverosimiglianza della possibilità di una corruzione popolare della lingua nazionale.
È interessante infine la presenza di un'isola linguistica comprendente le frazioni anconitane del Cònero (Poggio, Massignano e Varano) e, fuori dai confini comunali, Camerano. Come si vedrà più avanti, i dialetti di questi centri non sono varianti del vernacolo anconitano, ma costituiscono un nucleo gallico circondato da dialetti centrali, e potrebbe anche trattarsi degli ultimi residui di un’area gallo-italica che un tempo doveva
essere molto più ampia al punto da ricomprendere persino la stessa Ancona, ma non ci sono certezze in merito. La presenza del gallo-italico nelle frazioni di Ancona era un fenomeno molto più netto fino a quaranta anni fa, ma anche oggi è rilevante.Giuseppe Bartolucci
Il Poggio di Ancona e Miti e leggende del Conero anconitano. Ente Parco del Conero, Sirolo, 1997 Da segnalare però come a livello lessicale e sintattico ci sia una frequente mutua intelligibilità tra il vernacolo anconitano e le parlate gallo-italiche delle campagne limitrofe.
Relativamente a una possibile antica appartenenza dello stesso dialetto anconetano alla famiglia gallo-italica, alcuni studiosi contemporanei, quali il prof. Sanzio Balducci, hanno ipotizzato che ciò fosse verosimile e che successivamente si fosse impiantata, sulla antica base settentrionale, una parlata di impronta mediana . Ciò potrebbe essere legato a un possibile orientamento da parte del ceto mercantile a prediligere modelli linguistici fiorentini e mediani, probabilmente reputati più prestigiosi . Un vago indizio in merito proviene da quanto scritto dal cronista del XVI secolo Bartolomeo Alfeo, qualche decennio dopo l'annessione di Ancona allo Stato Pontificio: a seguito del nuovo governo, in città si sarebbe registrato un arrivo cospicuo di nuclei familiari di provenienza specialmente maceratese e toscana, e ciò avrebbe avuto notevoli ripercussioni sulla parlata locale; viene infatti evidenziato come a partire da allora negli annunci pubblici "
fu alterato il parlare e la pronuncia cangiata"Palermo Giangiacomi, Il Vernacolo Anconitano, in Storie e sturiele, Ancona, P. Giangiacomi - tipografia S.T.A.M.P.A., 1932, p. 87.. È stata pertanto ventilata l'ipotesi che un tempo il gallo-italico si estendesse in modo compatto e senza interruzioni da Senigallia fino al Cònero, comprendendo pertanto Ancona, e che successivamente tale "continuum" si fosse interrotto proprio nel centro urbano di Ancona per via dei fenomeni migratori prima accennati.
Non bisogna tuttavia dimenticare che, in virtù dell'esistenza della Repubblica marinara di Ancona, Venezia ha esercitato per secoli un'influenza notevole sulla città dorica, anche sotto il profilo linguistico: si potrebbe pertanto ipotizzare che l'antico anconetano fosse una sorta di dialetto gallo-italico fortemente "venetizzato".

Elementi gallo-italici e somiglianze con i dialetti veneti


Nell'anconitano sono presenti i seguenti elementi gallo-italici:
  • prosodia (ossia cadenza) nel parlato dialettale ed italiano molto più somigliante a quella dell'area gallo-italica di Senigallia, che non al resto del territorio della provincia: infatti già a Osimo e soprattutto a Jesi è avvertibile un accento più tipicamente "umbro-marchigiano";
  • scempiamento (ossia sdoppiamento) delle consonanti doppie ad eccezione della s(guera = guerra, balà = ballare, fratelo = fratello, surela = sorella, ma grosso-a); tuttavia in tempi recenti lo sdoppiamento totale e sistematico delle consonanti geminate è in regresso, per via di un adeguamento della parlata alla lingua italiana, per cui nella pronuncia odierna le doppie mantengono una loro pur flebile presenza, eccezion fatta per la "r", che viene scempiata totalmente anche in molte altre aree delle Marche centrali, in Umbria e nel Lazio, specie a Roma: per tale ragione alcuni riterrebbero più corretto scrivere forme quali ad es. ba(l)là, ma(t)to, ecc., ma guera, tera, ecc. Da notare però che l'assenza di consonanti doppie rimane uno dei tratti più distintivi dell'anconitano più puro, non contaminato dalla lingua nazionale o dall'italiano locale, come si può evincere dalla pronuncia dei più anziani e dalla letteratura vernacolare storica . Attualmente lo sdoppiamento è mantenuto solo nella parlata più stretta, altrimenti nel dialetto italianizzato che sempre più spesso si parla esso è in via di regresso. Nonostante la tendenza allo sdoppiamento, mantengono la doppia le voci verbali con suffissi pronominali, come guardarti, parlarci, vedervi, che diventano rispettivamente guardàtte, parlàcce, vedévve; anche questo aspetto è però probabilmente dovuto a una pronuncia più moderna e prossima all'italiano, in quanto nelle opere più datate queste voci mantengono il tipico scempiamento anconetano(stéme = statemi, anziché il più recente stémme; dime = dimmi, anziché dimme; fernìla = finitela, anziché fenìllaEsempi tratti dalle opere di Duilio Scandali). In particolare, è da evidenziare come nei centri gallo-italici di Senigallia e Montemarciano, ma anche nelle ormai estinte parlate contadine anconetane di Varano e Montacuto, nonché in altre località più interne fino alle aree perugina ed aretina, lo sdoppiamento è presente solo prima dell'accento, ossia in posizione protonica (acétta per "accétta", alóra per "allora", acòrd per "accordo"): pertanto la sua presenza molto più frequente e sistematica nell'anconetano urbano sarebbe probabilmente dovuta a influssi veneti e dunque costituirebbe il lascito maggiore della parlata dei "buraneli". Inoltre testi ottocenteschi dimostrerebbero come all'epoca lo sdoppiamento riguardasse in alcuni casi pure la "s" (come appunto in Veneto): sono infatti attestate forme come groso per "grosso", esendo per "essendo", consolase per "consolarsi" . Singolare e di difficile spiegazione era poi il fenomeno esattamente opposto, ossia il raddoppiamento (o geminazione) delle scempie, che si verificava in alcuni tratti delle ormai estinte parlate gallo-italiche del contado: ad es. maritte per "marito"V. la voce pisciatóra nel "Dizionario del Vernacolo Anconitano" di Mario Panzini;
  • conseguente tendenza al mancato rafforzamento dei nessi consonantici "gn", "gl" e "sc" (sia pure gli ultimi due in misura minore): ad esempio, una parola come "legno" viene pronunciata con una debole articolazione della "g", oppure "conoscere" con una debole articolazione della "s";
  • conseguente mancanza del cosiddetto raddoppiamento fonosintattico , presente già nella parlata gallo-italica di Camerano (più ffort per "più forte" ) nonché nel dialetto osimano : perciò ad Ancona si ha ad es. a-casa e non a ccasa, è-più-dificile anziché è ppiù ddifficile, e così via; tuttavia dall'esame degli Statuti del mare medievali, scritti in un presumibile anconetano volgare, emerge la presenza di questo fenomeno (a llui, se ffarà), che sarebbe perciò regredito nel corso dei secoli per influsso settentrionale; il raddoppiamento risulta comunque assente pure in altri dialetti mediani, come nel perugino, ma anche in Toscana, come ad Arezzo ed in buona parte della sua provincia;
  • la pronuncia sempre sonora di "s" intervocalica, anche se sorda in italiano standard (naṡo, caṡa, méṡe, preṡidènte, ecc.) ; anche nel prefisso "trans-" si ha pronuncia sonora, per cui si avrà tranzito, tranzitare, ecc. A ciò si aggiunge il fatto che la "s" ad inizio di parola viene spesso pronunciata in maniera tendente a "sc" (sciùbito per "subito"), anche se in modo non intensivo come in Emilia-Romagna: si tratta certamente di un influsso proveniente dalle non lontane aree senigalliese e pesarese-urbinate;
    • lenizione (o volgarmente detta "rilassamento") della t e della c intervocaliche, fenomeno di or (pudé = potere, segondu = secondo, gambià = cambiare, garbó = carbone e fadìga = fatica, vigolo = vicolo, mbriago = ubriaco, stomigo = stomaco). Tuttavia, tale lenizione non è generalizzata, quindi non si estende ai participi, come invece succede nei dialetti di Jesi, Osimo e comuni limitrofi, dove si dice, per esempio, magnado, sentido, tenudo per mangiato, sentito, tenuto (magnao a Fabriano);
    • Uso di t per unire la preposizione semplice in all'articolo (come anche in parte della provincia, in + el danno origine a ntel: ntel muro per "nel muro");
    • nella pronuncia della vocale "a" sono avvertibili echi della palatalizzazione gallo-italica, riscontrabile fino all'altezza di Senigallia: perciò la parola "padre" si scrive certamente come in italiano, ma in anconetano stretto si pronuncia con una "a" tendente ad "è" molto aperta; il fenomeno in questione però si riscontra anche all'interno, come a Fabriano, perché poi nell'Umbria centro-settentrionale (Perugia, Città di Castello e Gubbio), nonché in Toscana nell'aretino, si assiste a un vero e proprio innalzamento vocalico di un grado (a>è ad es. "casa" diventa chèsa); inoltre non bisogna dimenticare che comunque una pronuncia della "a" leggermente alterata non scompare quasi mai nelle Marche, soprattutto nella zona meridionale, perché infatti un'altra area di irradiazione della palatalizzazione della "a" è l'Abruzzo teramano;
    • si rinvengono sporadiche pronunce delle vocali "e" ed "o" secondo il tipo gallo-italico (emiliano-romagnolo in particolare), opposte all'italiano standard: ad esempio spórco per "spòrco", bistèca per "bistécca" (in uso anche in molte altre aree centrali) o ancora vènde per "véndere" (quest’ultimo adoperato pure nelle aree limitrofe fino a Porto Recanati), e infine scènde, in uso pressoché in tutte le Marche, specialmente costiere, ed in quasi tutto l’Abruzzo;
    • assenza della trasformazione di ND in NN, (che si potrebbe però sporadicamente incontrare in rarissimi casi come nel verbo andare che può dare indifferentemente andà ma anche anà), di NT in ND, di LD in LL, ecc. L'unica assimilazione riscontrata è quella del nesso ng, che diventa gn (piàgne per piangere, strégne per stringere). Tuttavia nelle aree campagnole limitrofe, almeno fino alla metà del secolo scorso, alcune di queste trasformazioni dovevano essere vitali, come dimostrato da forme quali palomma (MB > MM), spanne, quanne (ND >> NN): in particolare quest'ultimo vocabolo, letteralmente "quando", mostra anche l'indebolimento della vocale finale, tipico dei dialetti gallo-italici, che proprio nella campagna anconetana e nei paesi limitrofi trovavano i loro ultimi echi, come si vedrà più avanti. Inoltre non bisogna sottovalutare che nella parola numbero per "numero" trasparirebbe un ipercorrettismo frutto probabilmente di un precedente nummero, forma tra l'altro tuttora in uso nelle aree a sud del capoluogo, come Osimo, il che dimostrerebbe come in passato almeno alcune rese di tipo centromeridionale come appunto MB in MM, fossero presenti pure ad Ancona e poi regredite;
    • uso anche davanti alla s impura e alla z dell'articolo determinativo maschile el (es: el zùchero = lo zucchero), che però, davanti alla s, spesso perde la l (es. e' stato = lo stato). Vale però la pena di ricordare che c'è un unico caso in cui è usato lo: quando è seguito dalla parola stesso, e solo nel caso in cui sia avverbio (lo stessu); a tal proposito va però ricordata la forma l'istessu/l'istesso, attestata nella letteratura meno recente, il che potrebbe far pensare all'adozione di lo + stesso per adeguamento recenziore al modello italiano;
    • pronomi personali lu e lia (lui e lei), in uso comunque in tutta la provincia, in parte di quella di Macerata e in molte zone dell'Umbria; ciononostante negli anziani è in vita anche la forma centro-meridionale essa per "lei";
    • l'utilizzo del termine ròba per "cosa" ("te devo dì 'na roba");
    • le forme dago per "do", vago per "vado", stago per "sto" e fago per "faccio" (cfr. senigalliese dag, vag, stag e fag), anche se l'ultimo di questi verbi, in strutture semantiche disagevoli, è a volte reso con la forma toscana (e romanesca) fo, presente in modo sistematico nell'entroterra ("te fo' véde io"); è comunque da notare che le forme vaco e staco sono presenti pure nel dialetto maceratese, per cui si potrebbe ben parlare di un fenomeno marchigiano in senso stretto;
    • seconde persone plurali dei verbi (presente e futuro indicativo, imperativo) in ed , identiche a quelle usate nella laguna veneta (magné = mangiate, andé = andate, vedé = vedete, partiré = partirete, = siete, saré = sarete, partì = partite, durmì = dormite);
    • uso dell'avverbio di tempo "adè" (adesso), rispetto a "" usato nell'Italia centro-meridionale, Roma, parte dell'Umbria e dalla Provincia di Ancona in giù ;
    • uso di pronomi interrogativi provenienti da cosa (cù, cusa, cò) invece che da che, come invece avviene nel resto dei dialetti centrali, perciò non si avrà ad es. la forma che c'è, ma cusa c'è;
    • utilizzo del termine fiòlo per bambino, in uso anche in parti della Toscana e dell'Umbria (tra Arezzo e Città di Castello); ad Osimo lo stesso termine (con il significato di figlio) convive con il sinonimo bardàscio (cfr. maceratese vardàsciu);
    • ormai del tutto regredita è la metatesi quando la sillaba diventa àtona, tipica dei dialetti gallo-piceni: burdéto, per "brodetto", umberlì per "ombrellino", cherdévi per "credevi", fartèlu per "fratello", spergà per "sprecare", purcesió per "processione". Ancora in parte in uso risulta invece essere quella inversa (pre "per");
    • fenomeno tipico dei dialetti emiliano-romagnoli e che è vitale anche in parte nella pronuncia degli anconetani è la resa sibilante della z, seppur in maniera non molto accentuata, che si potrebbe rendere non proprio in "ss" come avviene più a nord, ma almeno in "sz" (situaszione per "situazione"). Inoltre nel secolo scorso il già citato poeta Duilio Scandali ebbe modo di riscontrare, nel portolotto, forme tipicamente venete e romagnole quali in zó per "in giù", e, nelle parlanti più anziane, espressioni quali bòn zórno per "buon giorno", nonché la resa di "sc" in "ss", come pésse per "pesce", conosséte per "conoscete", ecc;
    • totale assenza del passaggio dalla c dolce a sc (ad esempio, l'italiano pace non diventa mai pasce), fenomeno assente anche nel dialetto perugino, ma presente da Jesi ed Osimo in giù e tipico dei dialetti toscani e centro-meridionali;
    upright=1.4leftthumbOpuscoli informativi sulla raccolta differenziate in cui viene usato il dialetto anconitano. Hai da rompe = devi rompere; ciaca = acciacca; semo a disposizió = siamo a disposizione; duvrìa esse = dovrebbe essere; ntel = nel

    Elementi centrali e meridionali


    Nell'anconitano sono presenti anche i seguenti elementi, tipici anche di altri dialetti centrali e dei dialetti meridionali; per ragioni di chiarezza si può operare una distinzione ulteriore tra elementi perimeridiani e mediani marchigiani in senso stretto.
    Le caratteristiche dei primi, che si sviluppano lungo la già citata isoglossa Roma-Perugia-Ancona, sono dovute all'influsso toscano, e li isolano parzialmente dai dialetti mediani veri e propri, e tra le più rilevanti vanno segnalate:
    • la mancata chiusura in "i" di "e" protonica, e, nel caso dei clitici, anche postonica (de Ancona, me stai a sentì?, dam(m)e, ecc): è un fenomeno che contraddistingue massicciamente tutte le parlate del centro Italia, romanesco in testa, ed è molto usato anche nell'italiano regionale, essendo molto ridotta la differenza tra lingua e dialetto;
    • la trasformazione del nesso uo in o aperta (cògu = cuoco, còre = cuore, scòla = scuola);
    • l'uso dell'aggettivo possessivo proclitico davanti ai nomi di parentela (mi' madre, tu' fratèlo), ma a differenza di toscano, umbro occidentale e laziale viterbese - e comunemente invece al romanesco - non si usa per i sostantivi (el libro mio, la scola tua);
    • aferesi, cioè caduta della vocale all’inizio della parola prima di un gruppo di consonanti che inizia con una nasale o una nasale palatale (n- preconsonantico), nonché nel prefisso -ar: anch‘esso è un fenomeno tipico di tutta l’Italia mediana e centro-meridionale, e si riscontra all’inizio di articoli, aggettivi dimostrativi, preposizioni e sostantivi: (‘ntigne = intingere, ’ncumincià = incominciare, metéva ‘n bóca, c’era ‘n falegname, quanto ‘rivava = quando arrivava);
    • apocope degli infiniti, come in moltissimi dialetti mediani (Iª coniugazione: andà = andare, caminà = camminare, sgamà = scoprire; IIª coniugazione: véde = vedere, sedesse = sedersi, lege = leggere; IIIª coniugazione: durmì = dormire, sentì = sentire, stremulì = rabbrividire; verbi ausiliari, fraseologici e servili: c'avé, esse, dové, pudé, sapé = avere, essere, dovere, potere, sapere);
    • la triplice uscita delle prime persone verbali in -amo (cantàmo da "cantare"), -emo (vedémo da "vedere"), -imo (sentìmo da "sentire"), a differenza delle Marche centro-meridionali, dove le uscite sono unificate nella forma -emo (-imo a Macerata e dintorni);
    • l'assenza di metafonesi di -u e da -i finale, così come nel toscano, nel romanesco e nei dialetti umbri occidentali, elemento invece riscontrabile nell'Italia settentrionale, in quella centrale più propriamente "mediana" (per le Marche è il caso ad esempio di Macerata), e meridionale (per le Marche Ascoli Piceno). Pare tuttavia che tanti secoli fa la metafonia, che nella prima metà del '900 si arrestava lungo la linea Arcevia-Fabriano-Cingoli-Filottrano-Potenza Picena (ed ora è ulteriormente regredita), fosse vitale anche in centri posti più a nord, come dimostrato da documenti dei secoli XIV XV di Recanati (terrino, quillo, quisto) e del secolo XVI di Ancona (quilli, furbitti, piumbo);
    • l'indistinzione tra ô (MM non è sistematico, e quello LD>LL è quasi scomparso, gli articoli in uso sono ancora oggi oscillanti tra u, ru, lu, a ra, la, come nelle aree interne del maceratese, per cui il recanatese è da considerare una parlata intermedia (o "zona grigia") tra anconetano e maceratese, difficile da inquadrare con precisione nell'una o nell'altra famiglia;
      - a Potenza Picena e Civitanova il dialetto è molto più simile al maceratese, e l'appartenenza a tale famiglia è indubbia, ma già da secoli risulta assente la distinzione tra -o e -u finali, e recentemente si registra il progressivo regresso della metafonia nelle vocali medio-alte (ad es. lo frichétto anziché lu frichittu), nonché la penetrazione di vocaboli anconetani in sostituzione degli originali maceratesi, quali smorcià invece di stutà per "spegnere", e testa in luogo di coccia;
      - infine anche a Montelupone, ma anche a Morrovalle e Montecosaro, gli abitanti sono coscienti che non si usa più la -u finale, in contrasto con la situazione cittadina di Macerata.

      Curiosità

      Tipicamente anconetana è l'espressione pà cu l'ojo (pane con l'olio), che viene talvolta usata come sinonimo di "abitante di Ancona", e che testimonia la notevole predilezione per questo piatto semplice e povero da parte degli anconetani. Inoltre del tutto tipico di Ancona e zone limitrofe, precisamente fino a Porto Recanati, è l'uso dell'avverbio ancora per "anche"/"pure" (è venuto ancora lù per "è venuto pure lui").
      Ad Ancona, come del resto in altre località dell'Italia mediana, è assente una netta percezione dei confini tra dialetto e lingua italiana: pertanto, come anche nell'umbro e nel romanesco, non di rado capita di ascoltare anconitani anche di elevata istruzione ed estrazione sociale esprimersi utilizzando forme quali me piace invece di "mi piace", je (j) va invece di "gli va", ecc.
      Divertente è poi il fatto che gli anconitani, quando parlano con persone di altre città, a volte usano inconsapevolmente termini dialettali italianizzati, ma in realtà incomprensibili, suscitando lo stupore di chi li ascolta. Valgano come esempio: sfrondone (in dialetto sfrundó) = errore grossolano nel parlare, o anche bestemmia; sgolfanato (in dialetto sgulfanato) = senza fondo nel mangiare, in uso anche in area pesarese-urbinate; sfrigiare (in dialetto sfrigià) = rigare una superficie lucida, capiscione (in dialetto capisció) = saccente (come in romanesco), sbregare (in dialetto sbregà) = rompere per rabbia o per disattenzione (come in veneto, ma sbrego è usato anche in aree marchigiane centro-meridionali), panni spasi = panni stesi, in quanto in Italiano il participio del verbo spandere è considerato voce desueta), scapecciare (in dialetto scapecià) = spettinare, crinare (in dialetto crinà) = fessurare, fiarare (in dialetto fiarà) = bruciare, ciaffoMario Panzini, op. citata (ciafu in dialetto), = oggetto inutile, con i derivati inciaffare (inciaffà) = riempire di ciaffi e ciaffone (ciafó) = persona che accumula ciaffi o, al femminile, che si veste male. Addirittura la vicina spiaggia di Portonovo viene a volte chiamata dalle signore di una certa età Portonuovo, come a volerle attribuire più eleganza.
      Infine è del tutto esilarante quando, trovandosi in altre città, un anconitano usa parole sì italiane, ma con significati sconosciuti al di fuori di Ancona. Si possono fare i seguenti esempi: "per colazione mi sono mangiato una polaca", cioè un cornetto; "Ho comprato una finlandese", cioè una tuta da ginnastica, "per cena mi sono mangiato una svizzera", cioè un hamburger.
      D'altra parte questa inclinazione a non percepire netti confini tra dialetto e lingua italiana, associata alla (scorretta) considerazione del vernacolo quale corruzione popolare della lingua nazionale, è probabilmente all'origine della forte italianizzazione dell'anconitano avvenuta nell'ultimo secolo e dell'abbandono delle sue forme più genuine; già nel primo Novecento Palermo Giangiacomi osservava che il vernacolo "va sempre più dileguando, assorbito, parola per parola, dalla lingua madre. L'opera di trasformazione è lentissima, ma evidente: i giovani non parlano più come parlano i vecchi e l'italiano è sempre più adoperato"Palermo Giangiacomi, Il Vernacolo Anconitano, in Storie e sturiele, Ancona, P. Giangiacomi - tipografia S.T.A.M.P.A., 1932, p. 88., mentre il coevo Duilio Scandali notava come il vernacolo più stretto fosse prerogativa del popolo minuto e che anche l'occasione di un piccolo avanzamento economico-sociale poteva far scaturire l'esigenza di adottare un registro linguistico il più possibile vicino alla lingua«... per esempio, il basso ceto dirà: Vardé, sora Beta, metéve a séde qui, che qula sedia lì n'è tanta sciuca; e il mezzo ceto: Vardé, sora Beta, meteteve a sedé qui che quela sedia lì, nun è tantu sciuta (trad. it.: guardate, signora Elisabetta, mettetevi seduta qui, ché quella sedia lì non è così asciutta). Con la modernizzazione seguita al secondo dopoguerra questa tendenza ha preso il sopravvento.

      Flessioni verbali

      Indicativo presente attivo

      {
      !
      ! ciacà (schiacciare)discore (parlare)murì (morire)èsse (essere) (dare) (fare)
      !avé (avere)
      !pudé (potere)
      !stà (stare)
      !andà (andare)
      -
      !Io
      ciàcodiscoromòrosòdagofago
      ciò
      pòsso
      stago
      vago
      -
      !Te
      ciàchidiscorimòrisai (si / sèi)daifai
      ciài
      pòi (pòssi / pòsci)
      stai
      vai
      -
      !Lù/lia (essa)
      ciàcadiscoremòreèdàfà
      cià
      pòle
      sta
      va
      -
      !Nialtri (nó)
      ciacàmodiscorémomurìmosémodamofamo
      ciavémo
      pudémo
      stamo (stacémo)
      andàmo (anàmo)
      -
      !Vuialtri (vó)
      ciachédiscorémurìsédéfé
      ciavé
      pudé
      sté
      andé
      -
      !Loro (lora/lori)
      ciàca(ne)discore(ne)mòre(ne)è(ne)dà(ne)fà(ne)
      cià(ne)
      pòle(ne) / pòne
      sta(ne)
      va(ne)
      Come già ricordato, la terza persona plurale ha due uscite: un'identica alla terza singolare e una in -ne (si usa la forma plurale quando ci sono possibilità di confusione, come quando il soggetto non è chiaramente espresso, si usa la forma singolare in tutti gli altri casiA cura di Alfonso Napolitano Anconitano, lingua di terra e di mare).

      Condizionale presente attivo

      {
      !
      ! ciacà (schiacciare)discore (parlare)esse (essere) (dare) (fare)
      !avé (avere)
      !pudé (potere)
      !stà (stare)
      !andà (andare)
      -
      !Io
      ciacherìadiscurerìasarìadarìafarìa
      ciavrìa
      pudrìa (puderìa)
      starìa
      andrìa (andarìa)
      -
      !Te
      ciacheresti (-isti)discureresti (-isti)saristi (-esti)daristi (-esti)faristi (-isci)
      ciavristi
      pudristi
      staristi
      andristi (andaristi)
      -
      !Lù/lia (essa)
      ciacherìadiscurerìasarìadarìafarìa
      ciavrìa
      pudrìa
      starìa
      andrìa (andarìa)
      -
      !Nialtri (nó)
      ciacherissimidiscuririmisarissimi (-iscimi)daréssimi (-issimi)farissimi (-iscimi)
      ciavrissimi
      pudrissimi
      starìssimi
      andrissimi (anderissimi)
      -
      !Vuialtri (vó)
      ciacheristidiscuriristisaristidaristifaristi
      ciavristi
      pudristi
      staristi
      andristi (andaristi)
      -
      !Loro (lora/lori)
      ciacherìa(ne)discorerìa(ne)sarìa(ne)darìa(ne)farìa(ne)
      ciavrìa(ne)
      pudrìa(ne) / pudrìene
      starìa(ne)
      andrìa (andarìa) (-ne)
      Anche qui, come nell'indicativo, la terza persona plurale ha due uscite: un'identica alla terza singolare e una in -ne.

      Gli "Statuti del mare"


      Si tratta del primo documento redatto in anconetano volgare che sia riuscito a pervenire fino a noi, la cui edizione più antica risale al 1397. In essi mancano le finali in -u, e compaiono da un lato elementi tipicamente "mediani", come il raddoppiamento sintattico (a llui, e ssia), l'intercambiabilità dell'articolo lo/el (lo navilio, lo patrone, ma el Podestà, el ditto navilio), i dimostrativi quesso per "codesto", cossoro per "costoro", nonché forme curiose quali bampno per "banno/bando" o candapnato per "condannato"; dall'altro lato compaiono invece influssi adriatici settentrionali, come ad es. coverta per "coperta della nave", marnari per "marinai", livere per "libbre", cargasse per "caricasse", pevere per "pepe". Inoltre, al pari dell'odierno anconetano, anche negli "Statuti" si ha indecisione nella terza persona dei verbi: le mercanzie non se pongano/li patroni non cie le debia mectere. Si potrebbe tuttavia presumere che detti "Statuti" furono realizzati da autori non autoctoni, oppure da persone del posto che però avevano in mente modelli linguistici più prestigiosi, come il toscano o l'umbro, e ciò anche in virtù del bacino di fruitori dei testi in questione, che non doveva essere costituito solo da maestranze locali. Ciò sarebbe inoltre dimostrato dalla presenza di tratti analoghi anche in altri documenti coevi, specie veneziani.

      Opere vernacolari


      La vitalità del dialetto anconitano e l'attenzione che esso riscuote sono testimoniate da numerose pubblicazioni e ristampe. Ogni anno nel mese di settembre si svolge nella frazione di Varano il Festival del Dialetto con gruppi teatrali che recitano in dialetto provenienti sia da Ancona che da altre Città marchigiane.
      È molto vivo il Teatro in Dialetto, che possiede testi classici dell'inizio del XX secolo ancora frequentemente rappresentati. Il repertorio quasi ogni anno si arricchisce di testi contemporanei.
      La poesia vernacolare è anche molto viva e praticata e vanta tra i suoi scrittori classici Duilio Scandali, Palermo Giangiacomi, Turno Schiavoni, Eugenio Gioacchini, Francesco Mario Chirco, Mario Tomassi e Camillo Caglini, cantori dell'anima popolare della Città. Tra i contemporanei Mario Panzini è un poeta e drammaturgo (oltre 14 le sue pubblicazioni, anche sul folklore) ma soprattutto è autore del Dizionario del Vernacolo Anconitano, opera in 3 volumiMario Panzini, Dizionario del Vernacolo Anconitano, Controvento editore; in tre volumi, pubblicati dal 1984 al 2008, comprende tutti i vocaboli in vernacolo anconetano ed è quasi un'enciclopedia, raccogliendo anche i nomi di tutti gli autori e delle opere in vernacolo anconitano. Poche città italiane possono vantare un'opera così analitica ed organica dedicata al suo dialetto.. Franco Scataglini, nei cui testi risuona un vernacolo arcaico, rivisitato e trasfigurato dalla poesia, è un poeta noto anche a livello nazionale, nell'ambito della riscoperta della forza espressiva. Tra le autrici, è da segnalare Cesarina Castignani Piazza, sia come poetessa che come commediografa. Tra gli autori in dialetto anconitano contadinesco si ricorda Vilario Bordicchia, specie per i testi scritti per la RAI-Ancona con i famosi personaggi di "Cèsaro e Cesira".
      La musica vernacolare, spesso collegata ai testi teatrali, ha come simbolo El Portoloto (del 1901, musica di Federico Marini, testo di Duilio Scàndali), una specie di inno popolare. Dopo un periodo di relativo oblio, la musica in dialetto viene diffusa da alcuni gruppi musicali dediti alla ricerca storica, e a nuove composizioniDal 1998 è online un sito web ideato e dedicato ad Ancona da Marini Sauro, AnconaNostra.com, completamente scritto in dialetto, che cerca di dare un contributo al mantenimento delle tradizioni popolari; nel sito è presente una corposa rassegna di poeti vernacolari, oltre ad una notevole massa di altre informazioni sulla storia della Città, le sue tradizioni, non tralasciando gli aspetti gastronomici..

      Espressioni e modi di dire

      • Fà la fine del ca' de Luzi = Fare la fine del cane di Luzi (subire varie disgrazie una di seguito all'altra). L'uso di questa espressione deriva da un curioso episodio: il cane di un sarto, certo Enrico Luzi, dal balcone del primo piano dove era tenuto, lungo Corso Carlo Alberto, un giorno cadde in strada. Rimbalzando sul tendone del negozio sottostante, ancora incolume, rimbalzò sul tetto del tram fermo, per poi cadere su un calesse e successivamente finire sulle rotaie del tram che proveniva dalla direzione opposta. In città l'espressione in passato era usata anche come minacciaLa fonte di questa informazione è il pronipote di Enrico, Lorenzo, noto Professore di Elettronica anconetano.
      • Ah, l'ardìce chi vò' le cóncule! = si dice a chi ripete sempre la stessa cosa; nel detto si fa riferimento al grido dei venditori ambulanti di vongole (cóncule).
      • Co' ciài drento la testa, la renela? = si dice a persona dall'intelletto non proprio brillante (la renela è la sabbia).
      • Buta sù e rischiàra = propriamente significa "risciacqua velocemente i panni insaponati"; si dice di una persona che fa le cose in modo approssimativo, oppure è un consiglio: non ci perdere troppo tempo.
      • Caminà' a gato mignó = Camminare a quattro zampe.
      • Cià i calzzeti a cagarèla = Porta le calze allentate.
      • Cià 'na facia smitriàta = Ha una faccia da schiaffi.
      • Ciàca l'ajo! = Muori di rabbia!
      • Daje e daje la cipóla divènta ajo = La troppa insistenza fa perdere la pazienza.
      • Se per tant'è... = se dovesse accadere che...
      • È tutt'adè che... = è da un pezzo che...
      • Po' stà? = può essere?
      • A discore n'è fadiga = Parlare non costa niente. La frase è tradizionalmente attribuita ad un personaggio di nome Barigelo, vissuto in città nella prima metà del Novecento. L'interlocutore può replicare con «Scì, ma quanto ha 'rnovato dai fascisti Barigelo ha dito: O', adè è fadiga ancora a discore» (Sì, ma quando le ha prese dai fascisti Barigelo ha detto: Adesso costa fatica anche parlare)da Proverbi, locuzioni, espressioni e gergo nel Vernacolo Anconitano, Mario Panzini, Edizioni Fogola, Ancona, 1980
      • un indovinello: si ce lavé nun me la dé, si nun ce lavé dèmela = se ci lavate non me la date, se non ci lavate, datemela (la mastèla a tré réchie = la tinozza da bucato); la difficoltà dell'indovinello consiste nel fatto che la frase si può intendere anche: si ce l'avé non me la dé, si nun ce l'avé démela = se ce l'avete non datemela, se non ce l'avete datemela, il che è assurdo. (L'indovinello funziona in realtà solo a voce perché la parola scritta tradisce subito il significato sotteso. Ma chi udisse senza poter leggere cadrebbe nell'equivoco tra avete (l'avé) e lavate (lavé) da cui in paradosso di... chiedere una cosa che non si ha).
      • Tocá el culo a la cigàla = punzecchiare ironicamente una persona che si indispettisce per poco.

      Un esempio moderno di poesia in Anconitano


      Il dialetto anconitano è usato per comporre poesie, poi pubblicate in antologie, calendari, pubblicazioni varie, o anche oggetto di pubbliche letture; come esempio si riporta il seguente brano.

      Proverbi

      • Cassa da mòrto, vestito che nun fa 'na piéga = La cassa da morto è l'unico vestito che non fa pieghe;
      • Dòna de pòg'unóre, cunzuma el lume e sparamia el zzóle = La donna di poco onore spesso sta chiusa in camera (ad esercitare il meretricio), e dunque non si espone al sole;
      • Vì e amóre, fai el zzignóre = Una donna e un bicchiere di buon vino bastano per sentirsi un signore;
      • La Madòna Candelòra, de l'invèrno sémo fòra, ma se piòve o tira vènto de l'invèrno sémo drénto = Alla festa della "Candelora" (2 febbraio) si esce dall'inverno, ma se piove e tira vento si è ancora dentro la brutta stagione;
      • Quando el galo canta da galina, la casa va in ruvina = Quando in famiglia l'uomo non si comporta come tale, la casa va presto in rovina;
      • Nun è dólci i lupini = Come i lupini, la vita è spesso amara e dura;
      • Cà' che 'bàja nun móciga = Chi parla e strilla troppo, molto probabilmente non passerà alle vie di fatto;
      • Mèjo puzà' da vivi che da mòrti = meglio essere vivi anche se si puzza, cioè anche si conduce una vita povera e grama; ad esso si ricollega l'analogo Mejo puzà' de vì' che d'òjo santo = Meglio puzzare da ubriachi, perché si è comunque ancora in vita, che con l'olio del funerale;
      • Grasséza fa beléza = Contrariamente ai canoni di bellezza di oggi, una volta essere un po' in carne era considerato un pregio estetico;
      • Oste bìgio, vì aquatìcio = Se l'oste non ha un buon colorito, molto probabilmente il suo vino sarà annacquato;
      • Nun vènde la pèle de l'órzo prima del tèmpo = È la traduzione del detto "non dire quattro se non ce l'hai nel sacco";
      • Chi magna da sóli se stròza = Si dice a chi non ama dividere con gli altri ciò che possiede;
      • Quant'el Monte méte 'l capèlo, làssa 'l bastó e pja l'umbrèlo = Quando il Monte d'Ancona (ossia il Conero) si copre di nuvole, sicuramente pioverà;
      • A discóre n'è fadìga (el pruverbio de Barigelo) = È facile parlare, non comporta alcuna fatica. Più difficile è fare realmente le cose, espresso dal detto È fadíga a fadigà = Lavorare è faticoso;
      • La pigna nun bóle co' le curóne = Un titolo nobiliare non basta per assicurarsi da mangiare;
      • Mare mòsso, bufi a tèra = Quando il mare è in burrasca i pescatori non possono lavorare e così i debiti crescono;
      • Saco vòto nun sta drìto = Quando lo stomaco è vuoto non si riesce a stare in piedi;
      • S'ha sèmpre da sentí le dó campane = Per giudicare tra due contendenti bisogna ascoltare le due versioni dei fatti;
      • L'amóre e la tósce se fa prèstu a cunósce = L'amore e la tosse non possono essere nascosti;
      • Invidia d'amigo è 'l pègio nemìgo = L'invidia di un amico è il nemico peggiore;
      • Tré mestieri, sèi sciapate = Chi fa troppi mestieri (o attività in genere), di solito non ne fa nessuno nella giusta maniera;
      • Nisciuna nòva, bòna nòva = A volte non avere nessuna nuova notizia è come averne buone;
      • A chiachiarà nun zze sbúgia un còrno = Con le chiacchiere non si risolvono i problemi;
      • Chi 'dopra l'ójo s'ógne el déto = Si scopre sempre l'autore di ogni azione perché si lasciano sempre tracce;
      • J unóri viè sempre dòpo mòrto = Molto spesso si parla bene di una persona solo quando è passato a miglior vita;
      • El zzumàro carègia el vi' e béve l'acqua = La persona poco accorta non riesce a trarre profitto dalle cose che fa;
      • Galína che nun béca, ha già becato = Chi rifiuta un buon piatto evidentemente ha già mangiato altrove (usato sia in quanto al cibo che all'amore e al sesso);
      • “Se” è 'l paradiso d'i cujóni = Solo le persone sciocche basano la propria vita sulle speranze, iniziando sempre le frasi con il "se", ossia col periodo ipotetico;
      • Chi magna sènza béve el vì è come n'muratore che mura i matò a séco = Chi mangia senza bere vino è come un muratore che mura i mattoni senza la calce;
      • El limó strigne ma nun cùmeda = Il limone stringe ma non aggiusta (riferito alle proprietà astringenti del limone, che tuttavia non bastano per placare i dolori intestinali);
      • Chi cià i bufi dorme, chi svanza sta svéjo. = Chi ha debiti dorme, chi ha crediti resta sveglio.
      • El mare nun è 'na poza e la barca nun è un pertigaro (proverbio di Cecco). = Bisogna sempre fare le cose in maniera accurata.
      • Cent'ani sot'a un camì, puzì sempre de cuntadì. = E inutile pavoneggiarsi, darsi le arie.
      • El mare è come el fogo, j'eroi e i cojoni li pia tuti lù (proverbio di Cecco). = In mare bisogna fare molta attenzione.
      • Quanto slampa da Punente, nun slampa mai per gnente (proverbio di Gustì) = Se si notano i segni di un temporale verso Occidente, è probabile che il brutto tempo raggiungerà Ancona.
      • Vento da Levante, dà 'ntel culo al navigante = Navigare con un vento Orientale è molto difficoltoso.
      • Frige el frito e guarda el gato = Si dice di persona affetta da strabismo.
      • Mejo puzà de vì che d'ojo santo = Qualunque imprevisto, per quanto indecoroso, è sempre superabile.
      • Piscio l'ojo = Sono davvero molto orgoglioso di qualcuno o qualcosa.
      • E' bava = C'è un problema, sarà arduo trovare una soluzione, insomma: è 'na fava che non se coce.
      • E' 'na fava che non se coce = C'è un problema, sarà arduo trovare una soluzione, insomma: è bava.

      Note


      Voci correlate

      • Lingue parlate in Italia
      • Dialetti italiani mediani
      • Dialetti marchigiani
      • Dialetto gallico marchigiano
      • Ancona
      • Duilio Scandali
      • Franco Scataglini
      • Poesia vernacolare anconetana
      • Dialetto osimano
      • Dialetto jesino

      Collegamenti esterni


      Categoria:Ancona
      Anconitano
 
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