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Rivolta del sette e mezzo

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Rivolta del sette e mezzo fu la sollevazione popolare avvenuta a Palermo dal 16 al 22 settembre 1866. Venne detta del sette e mezzo perché durò sette giorni e mezzo.
Fu una violenta dimostrazione antigovernativa, avvenuta al termine della terza guerra di indipendenza. .
{{citazione Nel pomeriggio del 15 settembre 1866… a Monreale si registrava un clima di sommossa e un certo numero di bandiere rosse erano state viste sventolare in città, gridando: Viva la Repubbrica... .
Fu organizzata da ex garibaldini delusi, reduci dell'Esercito meridionale , ex funzionari borbonici e religiosi penalizzati dalle nuove leggi , col sostegno, tra gli altri, dei contadini, dei rappresentanti delle arti e dei mestieri e dei renitenti alla leva . Sul piano politico, venne rappresentata da repubblicani, autonomisti, mazziniani e socialisti che insieme formarono una giunta comunale .

Prodromi della rivolta

Quasi una anteprima, furono le ribellioni contro il servizio militare obbligatorio introdotto dal Regno d'Italia nel 1861 e 1862. In Sicilia, infatti, le leggi borboniche sulla coscrizione obbligatoria non erano mai state attuate vista la "specialità" del Regno di Sicilia, in aggiunta agli abitanti dell'isola erano considerati esenti militarmente anche i figli dei siciliani domiciliati nel resto del Regno delle due Sicilie.G. De Sivo:Storia delle Due Sicilie vol 2°; Trieste 1868; pagina 29 Ribellioni si verificarono a Palermo, Adernò, Paternò, Biancavilla, Sciacca, Belmonte Mezzagno, Mezzojuso, Alcamo. Nel gennaio 1862 si ribellò la popolazione di Castellammare del GolfoG. De Sivo:Storia delle Due Sicilie vol 2°; Trieste 1868; pagina 491. Per la repressione della sommossa che aveva assunto caratteri popolari e di massa, fu dato ordine alle navi da guerra della Regia Marina Italiana di fare fuoco con i cannoni contro la popolazione civile di alcuni quartieri di Castellammare del Golfo.

Le cause

La crescente miseria della popolazione, il colera e le sue 3 977 vittime in città e circondario , l'integralismo dei funzionari statali (con un eccesso di miopia era anche stata abolita la ricorrenza del 4 settembre di Santa Rosalia, protettrice di Palermo), le pesanti misure poliziesche e i vessatori balzelli introdotti.
{{citazioneI funzionari, per lo più settentrionali… consideravano spesso le popolazioni affidate alle loro cure come non ancora pervenute al loro stesso grado di civiltà, come barbari o semibarbari… Questo estremo disprezzo, intollerabile per un popolo d’antica civiltà come quello siciliano, unitamente a molte altre cause tra cui, non secondarie, la crescente miseria, l’introduzione di misure poliziesche inutilmente vessatorie e di nuovi e gravosi balzelli, provocava l’impossibile: l’alleanza tattica dei gruppi filoborbonici con i circoli del radicalismo democratico, cioè l’ala oltranzista del vecchio partito filo-garibaldino, e di questi due con gli autonomisti e gli indipendentisti, componenti politiche quest’ultime perennemente presenti nella storia dell’isola. .Paolo Alatri

La rivolta

Insorsero migliaia di persone, anche armate e provenienti dai paesi vicini. All’alba del 16 settembre la città risultava essere invasa dalle bande provenienti dalle contrade circostanti, comandate da Salvatore Nobile, implicato nel processo a Giuseppe Badia (compagno di Giovanni Corrao di cui aveva raccolto l'eredità politica dopo l'assassinio ad opera della mafia), e dal monrealese Salvatore Miceli, già comandante di gruppi volontari (i picciotti) nelle sommosse del 1848 e nel 1860. Questi era appena uscito dal carcere grazie all'intervento del questore Pinna, . Nel tentativo di liberare dal carcere Giuseppe Badia (già comandante garibaldino succeduto a Giovanni Corrao alla testa del gruppo radicale-internazionalista) il Miceli verrà ucciso. Tali bande si unirono a quelle cittadine e assieme ebbero ragione dei vari presidi governativi grazie alle armi già trovate in alcuni magazzini mentre altre bande incendiavano i registri della leva.
Quasi 4.000 rivoltosi assalirono prefettura e questura, uccidendo l'ispettore generale del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. La città restò in mano agli insorti e la rivolta si estese nei giorni seguenti anche nei paesi limitrofi, come Monreale, Altofonte e Misilmeri: fu stimato che in totale gli insorti armati fossero circa 35.000 in provincia di Palermo. Il 18 settembre, a Palermo, si costituisce il Comitato rivoluzionario al quale aderiscono anche alcuni siciliani dell'aristocrazia: guidati dal Bonanno principe di Linguaglossa, il barone Pignatelli, Giovanni Riso barone del Castello di Colobria (Castronuovo di Sicilia), il principe di Ramacca, Giuseppe de Spuches principe di Galati Mamertino, il barone di Sutera, il principe di Niscemi, il principe di San Vincenzo e l'Arcivescovo di Monreale monsignor Benedetto D'Acquisto . Segretario del Comitato divenne il mazziniano (e futuro bakuninista) Francesco Bonafede . che fu, secondo alcuni, "il capo effettivo e l'autore dei proclami" ..

Reazione governativa

Il governo italiano decise di proclamare lo stato d'assedio e di adottare contro il popolo palermitano una dura repressione. Dovette intervenire l'esercito comandato da Raffaele Cadorna. Il 27 settembre 1866 venne dichiarato lo stato di assedio, e le navi della Regia Marina, con la nave ammiraglia Re di Portogallo, bombardarono la città (così come avevano fatto i borbonici nel 1860). Dopo lo sbarco dei fanti della "Real Marina" Palermo fu riconquistata da circa 40.000 soldati in sette giorni e mezzo.
Oltre 200 furono i militari morti, tra cui 42 carabinieri , non vi è un numero ufficiale di vittime civili nella popolazione, anche perché immediatamente dopo si diffuse il colera.
Furono arrestati 2.427 civili, 297 furono processati e 127 condannati. .
La repressione venne testimoniata solo dai ricordi delle vittime e da una rara lettera, quella dell’ufficiale dei granatieri Antonio Cattaneo, riportata dallo storico Francesco Brancato che dice testualmente: «Qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti ci capitavano; anzi, il giorno 23, condotti fuori porta circa 80 arrestati con le armi alle mani il giorno prima, si posero in un fosso e ci si fece tanto fuoco addosso finché bastò per ucciderli tutti. In una chiesa, un ufficiale visto due frati che suonavano a stormo li fucilò con le corde in mano…».
I documenti ufficiali dei tribunali militari furono probabilmente distrutti dai bombardamenti di Palermo durante la seconda guerra mondiale.
{{citazioneDei 127 imputati dichiarati colpevoli dai tribunali militari quasi tutti avevano un’occupazione nel settore artigianale o commerciale o nei servizi: osti, carrettieri, facchini, garzoni, fruttivendoli, panettieri, macellai e barbieri. Nella lista dei condannati c’erano anche commercianti, agricoltori, falegnami, sarti, conciatori, fabbri, cordai, carpentieri e muratori… ma anche sette poliziotti o soldati, una guardia campestre e altri sette ufficiali di basso rango. I tribunali comminarono pure 8 condanne a morte, 48 ergastoli, 17 condanne ai lavori forzati, disciolsero i conventi e 256 frati furono spediti al confino.
Ma le cause della rivolta restarono irrisolte ed appena un anno ed un mese dopo, il 21 ottobre del 1867, sul Monte Pellegrino, in modo che fosse visibile a tutta la città e dal mare, venne issata da ignoti un enorme bandiera rossa. .Paolo Alatri

Nella letteratura

Giuseppe Maggiore dedicò un suo romanzo storico, Sette e mezzo, a questa vicenda, essa è inoltre citata nell'incipit dell'opera Biografia del figlio cambiato di Andrea Camilleri.
Nel romanzo storico L'eroe di Paternò di Paolo Pintacuda le vicende conclusive dei protagonisti si svolgono a Palermo durante gli ultimi due giorni di rivolta.

Note


Bibliografia

Voci correlate

  • Brigantaggio postunitario in Sicilia
  • Brigantaggio postunitario italiano
  • Insurrezione di Palermo
  • Spedizione dei mille
  • Storia di Palermo

Collegamenti esterni


Categoria:Rivolte
Categoria:Storia d'Italia
Categoria:Storia di Palermo
Categoria:Stragi commesse in Italia durante il Risorgimento
Categoria:Storia della Sicilia post unitaria
 
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