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Cesare Mori

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È passato alla storia col soprannome di Prefetto di ferro per i metodi utilizzati nella lotta alla mafia nel periodo in cui fu prefetto in Sicilia, dal 1924 al 1929. Fu nominato nel 1928 senatore del Regno d'Italia.
Iniziò la carriera come funzionario di polizia, fino a essere nominato prima questore, poi prefetto.
Aderì al fascismo, iscrivendosi al Partito Nazionale Fascista il 21 febbraio 1926.Cesare Mori. Dizionario Biografico Treccani.Era una figura probabilmente priva di connotazioni politiche, che dimostrò coraggio, dedizione e integrità nella difesa dello Stato e delle istituzioni, soprattutto nella lotta contro la mafia.
Il regista Pasquale Squitieri nel 1977 girò un film, Il prefetto di ferro, dedicato alla sua attività di contrasto al fenomeno mafioso durante il suo periodo di attività in Sicilia.

Origini e formazione

Infanzia e giovinezza

Nei primi anni di vita crebbe nel brefotrofio di Pavia con nome e cognome provvisori di Primo Nerbi (in quanto fu il primo orfano a essere accolto: Primo restò comunque il suo secondo nomeIl Prefetto di Ferro di Arrigo Petacco, capitolo Il figlio di N.N.); fu riconosciuto dai suoi genitori naturali nell'ottobre del 1879. La forma originaria del nome "Cesare", fu mutata in "Cesare Primo", con regio decreto del 25 giugno 1929Mori Primo. Senato della Repubblica..
Studiò presso l'Accademia Militare di Torino e fu trasferito nel 1895 a Taranto come tenente d'artiglieria, dove conobbe una ragazza, Angelina Salvi, che successivamente sposò, dimettendosi dal Regio Esercito.
Entrò quindi nel 1898 nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, operando prima a Ravenna nella polizia politica, poi, dal 1903, a Castelvetrano, in provincia di Trapani e dal 1907 a Trapani.

La nomina a commissario e le prime esperienze in Sicilia

A Castelvetrano, nel trapanese, il "delegato" Mori cominciò subito ad agire energicamente, usando quegli stessi metodi decisi, inflessibili e poco ortodossi che riprenderà – con un'autorità e una libertà di azione incomparabilmente superiori – molti anni dopo in tutta la Sicilia.
Nel 1909 fu nominato commissario. In quegli anni compì numerosi arresti e sfuggì a vari attentati. Scrisse il Procuratore Generale di Palermo:
Dopo 11 anni nel trapanese Mori fu trasferito a Firenze nel gennaio del 1915, con la carica di vice questore. Su quegli anni nell'isola scrisse il volume "Tra le zagare oltre la foschia".
In seguito a un inasprimento della situazione in Sicilia, coincidente con la guerra, vi fu presto rimandato nel 1916 al comando di squadre speciali mirate a una campagna contro il brigantaggio, le cui file si erano ingrossate con i renitenti alla leva.
Nel corso dei suoi rastrellamenti, Mori si distinse ancora una volta per i suoi metodi energici e radicali. A Caltabellotta, in una sola notte, fece arrestare più di 300 persone ; nel complesso, ottenne risultati molto positivi.
Quando i giornali parlarono di "Colpo mortale alla mafia", Mori dichiarò a un suo collaboratore:
Decorato con due medaglie d'argento al valore militare, fu promosso questore nel novembre 1917 e inviato ad Alessandria. Mori divenne successivamente questore a Torino e poi a Roma (come facente funzioni).

La promozione a prefetto e l'incarico a Bologna

Promosso prefetto a disposizione nell'aprile 1920 mantenendo per qualche mese anche la questura di Roma, assunse la carica di Prefetto di Bologna dall'8 febbraio 1921 al 20 agosto 1922,I prefetti di Bologna. Prefettura di Bologna. e fu – da ligio servitore dello Stato deciso ad applicare la legge in modo inflessibile – tra i pochi membri delle forze dell'ordine a opporsi allo squadrismo dei fascisti. Da Prefetto, Mori condusse anche indagini sull'Strage di Palazzo d'Accursioeccidio di Palazzo d'Accursio del 21 novembre 1920, condannando sia socialisti sia fascisti.
Il crescendo della tensione politica avvenne in seguito al ferimento di Guido Oggioni, fascista e vicecomandante della "Sempre Pronti", mentre tornava da una spedizione punitiva contro i "rossi", e all'uccisione di Celestino Cavedoni, segretario del Fascio. Mori si oppose alle rappresaglie violente e alle spedizioni punitive dei fascisti, inviando contro di loro la polizia, e fu per questo contestato. Nell'agosto 1922 fu trasferito dal governo Facta come prefetto a Bari. Collocato quindi a disposizione il 22 novembre, dopo la marcia su Roma, si ritirò con la moglie a Firenze.

Il ritorno in Sicilia nel contrasto a cosa nostra


Per la sua fama di uomo energico, non in contatto con la mafia locale e conoscitore della Sicilia, fu richiamato in servizio il 28 maggio 1924 dal ministro dell'Interno Federzoni. Mussolini, che era appena rientrato da una visita ufficiale in Sicilia (a Palermo e Trapani), dispose l'invio in Sicilia di Mori e poi anche del giudice Luigi Giampietro come procuratore generale.http://www.carabinieri.it/Internet/Arma/Ieri/Storia/Vista+da/Fascicolo+13/02_fascicolo+13.htm L'avvento del fascismo. Arma dei Carabinieri. Pagine di Storia. Fascicolo 13. Mori fu nominato prefetto di Trapani, dove arrivò il 2 giugno 1924 e dove rimase fino al 12 ottobre 1925. Come primo provvedimento ritirò subito tutti i permessi d'armi e nel gennaio 1925 nominò una commissione provinciale che doveva provvedere ai nullaosta (resi obbligatori) per il campierecampieraggio e la guardianía, attività tradizionalmente controllate dalla mafia.Vito Orlando, "Il movimento fascista trapanese -1919 1925", Trapani-Saluzzo, Ed. Avanguardia, 1989
Dopo l'ottimo lavoro in provincia di Trapani, Benito Mussolini nominò Mori prefetto di Palermo, dove si insediò il 20 ottobre 1925, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di sradicare il fenomeno mafioso nell'isola. Questo il testo del telegramma inviato da Mussolini:
Arrigo Petacco, L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Milano, Mondadori, 2004, p. 101
Mori si insediò quindi a Palermo il 1º novembre dello stesso annoGuido Melis, Francesco Merloni, Cronologia della pubblica amministrazione italiana (1861-1992), Bologna, Il Mulino, 1995, p. 201 e vi rimase fino al luglio 1929. Qui attuò una durissima repressione verso la malavita e la mafia, colpendo anche bande di briganti e signorotti locali. La sua azione continuò per tutto il biennio 1926-27 e ottenne significativi risultati.
Il 1º gennaio 1926 compì quella che probabilmente fu la sua più famosa azione, e cioè quello che viene ricordato come l'assedio di Gangi, paese roccaforte di numerosi gruppi criminali. Con numerosi uomini dei Carabinieri e della Polizia fece rastrellare il paese casa per casa, arrestando banditi, mafiosi e latitanti vari. I metodi attuati durante quest'azione furono particolarmente duri e Mori non esitò a usare donne e bambini come ostaggi per costringere i malavitosi ad arrendersi. Fu proprio per la durezza dei metodi utilizzati che venne soprannominato Prefetto di Ferro. Nel 1927 arrestò e fece condannare all'ergastolo Vito Cascio Ferro, boss della mafia siciliana e americana, che aveva assassinato Joe Petrosino.
Dopo essersi iscritto al Partito nazionale fascista nel febbraio del 1926, espose i principi della sua azione, ossia: ripristinare l’autorità dello Stato, ottenere il sostegno delle popolazioni e distinguere tra una presunta omertà «pura» e un’omertà degenerata.
Nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime. Qualcuno riporta tra le "vittime eccellenti" anche il generale di Corpo d'Armata, ed ex ministro, Antonino Di Giorgio, che avrebbe richiesto sostegno, in un colloquio riservato, a Mussolini, cosa che non impedirà né il processo né il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale e le dimissioni da deputato nel 1928.Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi &C. . Quando seppe della sua presenza a Roma per i funerali del Maresciallo Diaz, Mussolini convocò il generale Di Giorgio per chiedere conferma delle tante lamentele sull'operato di Mori. Il generale, su richiesta del duce, appena rientrato a Palermo, lo relazionò per iscritto. Dell'incontro venne a sapere il prefetto che, in via preventiva, confezionò un attacco diretto verso il generale. Mussolini cercò di riavvicinare i due contendenti, ma il generale (in un nuovo colloquio con Mussolini) non ne volle sapere ed energicamente rifiutò la proposta. Rientrato a palazzo dei Normanni (dove a poca distanza conviveva con il prefetto), il generale attaccò con veemenza il prefetto e decise spontaneamente di dimettersi da ogni carica e ritirarsi a vita privata.Marina Pino, La regina di Gangi, RubettinoRosario Lentini e Pietro Silvestri (a cura di), I Whitaker di villa Malfitano Atti del seminario, Fondazione Whitaker e Regione Siciliana Ben presto però circoli politico-affaristici di area fascista collusi con la mafiaMatteo di Figlia Alfredo Cucco-storia di un federale, Quaderni Mediterranea, 2007G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, 1987 riuscirono a indirizzare, con attività di dossieraggio, le indagini di Mori e del procuratore generale Luigi Giampietro sull'ala radicale del fascismo siciliano, coinvolgendo anche il federale e deputato del PNF Alfredo Cucco, uno dei massimi esponenti del fascio dell'isola. Cucco nel 1927 venne addirittura espulso dal PNF e dalla Camera "per indegnità morale" e sottoposto a processo con l'accusa di aver ricevuto denaro e favori dalla mafia,L'operazione incompiuta del prefetto Mori. In Storia. Mafia e Fascismo.Non è da escludersi tuttavia che Cucco sia stato trascinato in una vera e propria trappola politica, poiché egli – essendo dell'area farinacciana – era notevolmente inviso a Mussolini, che proprio in quel periodo stava "epurando" i vertici del partito degli elementi vicini a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979 venendo assolto in appello quattro anni dopo,Sospetti di affiliazione mafiosa resteranno, tuttavia, come fa notare il biografo Matteo di Figlia in op. cit. ma nel frattempo il fascio siciliano fu decapitato dei suoi elementi radicali. L'eliminazione di Cucco dalla vita politica dell'isola favorì l'insediamento nel PNF siciliano dei latifondisti dell'isola, talvolta essi stessi collusi o quantomeno contigui alla mafia. Al posto di Cucco venne nominato segretario federale del PNF Ugo Parodi di Belsito.
A questa azione si aggiunse quella delle "lettere anonime",Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op. cit. che tempestarono le scrivanie di Mussolini e del ministro della Giustizia Alfredo Rocco, avvisando dell'esasperazione dei palermitani e minacciando rivolte se l'operato eccessivamente moralistico di GiampietroIbidem. Giampietro aveva cominciato perfino una campagna contro le... gonne sopra al ginocchio, tanto da essere invano richiamato alla moderazione dallo stesso ministro Rocco. Cfr. Alfio Caruso, op. cit. non si fosse moderato. Contestualmente il processo a Cucco si rivelò uno scandalo, nel quale Mori venne dipinto dagli avvocati di Cucco come un persecutore politico.Ibidem
Il 10 gennaio 1928 l'Università di Palermo conferì a Mori la laurea honoris causa in giurisprudenza. In quei mesi fu anche Presidente della Camera di commercio di Palermo.
Il 22 dicembre 1928 fu nominato Senatore del Regno e insieme con lui anche il procuratore Luigi Giampietro.
Pochi mesi dopo, nel giugno 1929 il prefetto Mori fu posto a riposo "per anzianità di servizio" dal successivo 16 luglio (35 anni per i prefetti), mentre Giampietro lasciò per limiti d'età nel 1931. Il regime fascista dichiarò orgoglioso che la mafia era stata sconfitta. Molti esponenti mafiosi o erano emigrati o erano rimasti nei paesi in attesa di tempi migliori, riemergendo dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia nel luglio 1943.

Gli ultimi anni e la morte

Appena tornato dalla Sicilia fu nominato liquidatore del "Sindacato infortuni imprenditori" con sede a Bari, nel luglio 1929 e vi restò fino al 1932.
Come senatore continuò a occuparsi dei problemi della Sicilia, sui quali seguitò a rimanere ben informato, ma ormai senza potere effettivo e sostanzialmente emarginato.
La sua abitudine di sollevare il problema della mafia era vista con fastidio da alcune autorità come il sottosegretario all'Interno, dal quale il 30 marzo 1930 fu invitato a "non parlare più di una vergogna che il fascismo ha cancellato", probabilmente per essersi prestato ad alcune contese interne tra le fazioni siciliane del fascismo col pretesto della lotta alla mafia, come nel caso dell'arresto di Cucco. Mori scrisse le sue memorie nel 1932 con il titolo Con la mafia ai ferri corti. Nel novembre 1929 Mori, insieme a tre fidati collaboratori, giunse a Udine con l'incarico di presiedere il neo costituito Consorzio di 2º grado dell'Istria che, sovrapponendosi al Consorzio per la bonifica integrale della Bassa friulana, aveva la funzione di controllare la litigiosità dei proprietari che aveva provocato la paralisi dei lavori.
Poco dopo la scomparsa della moglie (avvenuta nel marzo 1942), ormai sofferente per un tumore alla cistifellea che lo aveva costretto a trasferirsi a Udine nel 1941, in un appartamento preso in affitto in via Aquileia, il Senatore Mori cessò di vivere tra le braccia del suo fedele autista Lino Vidotti alle ore 5.00 del 5 luglio 1942, due giorni dopo aver firmato l'ultima delibera del Consorzio che dirigeva. È sepolto a Pavia. Ancora oggi a Pagnacco (UD) si trova Villa Mori, nella quale visse per alcuni anni.

Risultati dell'azione di Mori in Sicilia

Vennero quindi concessi a Mori, che si avvalse dell'opera dell'ottimo maresciallo Spanò, i pieni poteri e già a fine anno 1925 ottenne i primi successi: oltre 700 arresti di mafiosi accusati di omicidio, abigeato, grassazione, operati con fulminee azioni nelle Madonie, a Misilmeri, a Marineo, a Piazza Armerina. Seguì un'operazione, forse la più spettacolare, nel comune di Gangi, tra Nicosia e Castelnuovo, dove da oltre un trentennio spadroneggiavano le bande degli Andaloro e Ferrarello, bande che vennero interamente catturate.
Marzo e aprile 1926 videro nuovi successi e nuovi arresti a Termini Imerese, a Marsala, a Mazzarino, a Castelvetrano, a Gibellina. Così di seguito, mese dopo mese, centinaia di arresti liberarono dalla piovra ampie aree della Sicilia.
Il 26 maggio 1927, in apertura del dibattito sul bilancio dell'Interno, Mussolini tenne alla Camera uno dei discorsi più famosi ed anche uno dei più lunghi: il cosiddetto discorso dell'Ascensione, di cui citiamo un passo: «E tempo che io vi riveli la mafia. Ma, prima di tutto, io voglio spogliare questa associazione brigantesca da tutta quella specie di fasci­no, di poesia, che non merita minimamente. Non si parli di nobiltà e di cavalleria della mafia, se non si vuole veramente insultare tutta la Sicilia. Vediamo. Poiché molti di voi non co­noscono ancora l'ampiezza del fenomeno, ve lo porto io sopra un tavolo clinico: ed il corpo è già inciso dal mio bisturi».
Così Mussolini scandisce momenti e cifre dell'offensiva sca­tenata dal fascismo contro il fenomeno mafioso: successi ottenuti non solo in termini di repressione e di miglioramento dell'ordine pubblico. Ma il successo maggiore fu l'aver ripristinato l'autorità dello Stato. Ecco i dati: rispetto al 1923, nel 1926 gli omicidi era­no passati da 675 a 299, le rapine da 1200 a 298, gli abigeati da 696 a 126, le estorsioni da 238 a 121, i danneggiamenti da 1327 a 815, gli incendi dolosi da 739 a 469, i ricatti da 16 a 2.
Sono successi significativi che avvalorano la capacità operati­va del prefetto Mori. Questi, continuando nella sua operazione, punta sui patrimoni sospetti: si aprono inchieste sulle amministra­zioni comunali, si indaga sui beni di provenienza so­spetta, pretendendo che ne venga dimostrata la liceità, pena la confisca.
A tutto ciò faceva seguito la continua attenzione di Mussolini che sollecitava, con lettere e telegrammi, di perseverare nell'azio­ne e l'accelerazione dei processi.
Nel 1929 l'opera del prefetto di ferro si poté considerare conclusa con l'indiscussa vittoria del nuovo Stato sulla mafia.
La storiografia del dopoguerra, per motivi facilmente intuibi­li, sostiene che Mori fu allontanato perché cominciava a colpire in alto. I fatti dimostrano il contrario e cioè che Mori colpiva dove c'era da colpire, indipendentemente dai nomi, coerentemente alle disposizioni ricevute al momento dell'incarico.
Certamente si cercò di fermare l'azione dello Stato in diversi modi. Una petizione fu inviata al Duce, firmata da 400 fascisti trapanasi, con la quale si chiedeva di allontanare «l'antipatriotti­co prefetto di Bologna amico dei bolscevichi». La risposta di Mussolini fu fulminea: l'immediata espulsione dal partito dei fir­matari della petizione. Per gli stessi motivi, a febbraio 1927, ven­ne sciolto d'autorità il fascio di Palermo, rinviandone addirittura a giudizio il segretario, l'On. Alfredo Cucco, che fu poi processato e assolto.
Un ufficiale della Milizia, accusato di connivenza con la cri­minalità, fu condannato a dieci anni, tutti scontati.
Nel maggio 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.
La mafia per sopravvivere dovette emigrare oltre Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943 con lo sbarco angloameri­cano.
Si racconta che, quando sbarcarono gli anglo americani in Sicilia, le truppe di invasione erano precedute da drappelli di siculo-americani che innalzavano una bandiera color oro, dove al centro era ben disegnato una doppia “L” simbolo che indicava “Lucky Luciano”, un famoso mafioso “vittima del Fascismo” fuggito negli Usa negli anni Venti-Trenta. Gli Usa utilizzarono la mafia americana per controllare la Sicilia: don Calogero Vizzini, uno dei capi della mafia, indicava agli alleati gli uomini giusti da mettere alla guida dei Comuni e delle Province. Genco Russo, boss mafioso che Mori aveva confinato a Chianciano, ottenne la Croce di Cavaliere della Repubblica in quanto gli venne ricono­sciuta la qualifica di vittima del fascismo.
Certamente Mori si avvalse di poteri eccezionali, ma erano proporzionati alla pecularietà del fenomeno mafioso.

Opere

  • Tra le zagare, oltre la foschia, Firenze, Carpigiani & Zipoli, 1923 (nuova edizione La Zisa, Palermo, 1988)
  • Con la mafia ai ferri corti, Milano, A. Mondadori, 1932 (nuova edizione Avatar Éditions, Trabia, 2018)

Onorificenze

Onorificenze italiane


Onorificenze straniere


Mori nella letteratura e nel cinema


  • Alcune caratteristiche della figura di Mori, come la determinazione e lo sprezzo del pericolo, sono richiamati, in contesti, epoche e personaggi completamente diversi, nel romanzo Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia del 1960"Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottoufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti. Ma durava la collera, la sua collera di uomo del nord che investiva la Sicilia intera: questa regione che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni. Quante altre libertà questa loro libertà era costata, i siciliani non sapevano e non volevano sapere: avevano visto sul banco degli imputati, nei grandi processi delle assise, tutti i don e gli zii, i potenti capi elettori e i commendatori della Corona, medici ed avvocati che si intrigavano alla malavita o la proteggevano; magistrati deboli o corrotti erano stati destituiti; funzionari compiacenti allontanati. Per il contadino, per il piccolo proprietario, per il pastore, per lo zolfataro, la dittatura parlava questo linguaggio di libertà. «E questa è forse la ragione per cui in Sicilia – pensava il capitano – ci sono tanti fascisti: non è che loro abbiano visto il fascismo solo come una pagliacciata e noi, dopo l'otto settembre, l'abbiamo sofferto come una tragedia, non è soltanto questo; è che nello stato in cui si trovavano una sola libertà gli bastava, e delle altre non sapevano che farsene». Ma non era ancora sereno giudizio, Il giorno della civetta. Leonardo Sciascia. Einaudi. da cui è stato tratto l'omonimo film del 1968 di Damiano Damiani con Franco Nero e Claudia Cardinale.
  • Sull'opera di Cesare Mori è stato girato nel 1977 il film Il prefetto di ferro, diretto da Pasquale Squitieri, interpretato da Giuliano Gemma e Claudia Cardinale e accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone. Il film è stato tratto dall'omonimo romanzo di Arrigo Petacco ma ne stravolge fortemente la consecutio logica e temporale ridisponendo alla rinfusa alcuni eventi, omettendone altri o addirittura cambiando il corso di altri (ad esempio l'assedio di Gangi viene mostrato come avvenuto nel periodo estivo, mentre nella realtà avvenne a gennaio).
  • Nel 2012 la RAI ha dedicato a Cesare Mori la fiction Cesare Mori - Il prefetto di ferro, miniserie in due puntate.

Note


Bibliografia


  • Pino Arlacchi. Gli uomini del disonore: mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonio Calderone. Milano, Mondadori, 1992. ISBN 88-04-35326-0.
  • Andrea Camilleri. Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano. Milano, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-57511-5.
  • Matteo Di Figlia, Alfredo Cucco: storia di un federale. Palermo, Mediterranea, 2007. ISBN 978-88-902393-4-2.
  • Christopher Duggan. La mafia durante il Fascismo. Prefazione di Denis Mack Smith. Soveria Mannelli, Rubbettino, 1986.
  • Ernesto Ferrero. I gerghi della malavita dal Cinquecento a oggi. Milano, Mondadori, 1972.
  • Cesare Mori, Tra le zagare oltre la foschia, Milano, 1923
  • Cesare Mori, Con la mafia ai ferri corti, Milano, Mondadori, 1932
  • Arrigo Petacco. Il prefetto di ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia. Milano, Mondadori, 1975.
  • Arrigo Petacco, L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Milano, Mondadori, 2004
  • Marina Pino, La regina di Gangi: storie di briganti, mafiosi e poliziotti nella Sicilia degli anni Trenta. Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005. ISBN 88-498-1261-2.
  • Mario Siragusa, Baroni e briganti.Classi dirigenti e mafia nella Sicilia del latifondo, Milano, Franco Angeli, 2004
  • Mario Siragusa e Giuseppina Seminara, Società e potere mafioso nella Gangi liberale e fascista, Castelbuono, Progetto Gangi, 1995
  • Giuseppe Tricoli. Mussolini a Palermo nel 1924, Palermo, ISSPE,1993
  • Giuseppe Tricoli. Il fascismo e la lotta contro la mafia. Palermo, ISSPE, 1986.
  • Giuseppe Tricoli. Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, Palermo, ISSPE, 1987
  • Stefano Felcher e Paolo Strazzolini, Cesare Primo Mori Lo Stato nello Stato, Udine, Aviani&Aviani editori, 2019

Voci correlate

  • Benito Mussolini
  • Cosa nostra
  • Luigi Giampietro
  • Cosa nostra durante il fascismo

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